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giovedì 11 settembre 2014

Scrivere di musica o ballare di architettura: quali competenze a servizio dei musicisti

"Scrivere di musica è come ballare di architettura"

La frase originale "writing about music is like dancing about architecture" attribuita a Frank Zappa è significativa della difficoltà di tradurre l'esperienza sonora, quella che deriva dall'ascolto della musica, in parole.
Una ulteriore complicazione deriva dal fatto che esistono più forme per "descrivere" la musica:
1) Si può essere dei "tecnici" e usare termini mutuati dalla teoria della musica.
Esempio: "il contrappunto doppio è caratteristico delle fughe, perciò è indubbio che la fuga finale della Nona sia esempio di contrappunto doppio"


2) Si possono descrivere le sensazioni e le reazioni personali alla musica o alla singola esibizione
Esempio: "trovo che il tema centrale della canzone sia più emozionante dell'inizio"

3) Si può fare un commento dettagliato di ciò che avviene durante la esecuzione
"l’esposizione del tema affidato inizialmente ai violoncelli e ai contrabbassi, passa gradualmente agli altri strumenti in una continua variazione che coinvolge altezze e timbri"


Da questi semplici esempi è facile comprendere  che la differenza tra scrivere di musica e compiere una analisi della musica dipende alcuni elementi fondamentali:
1) Obiettivo:
A ciascun obiettivo corrispondono stili e modalità diverse di composizione e scrittura.
Scrivere un testo, un trattato o un articolo su un autore, un esecutore, una esibizione è cosa diversa da scrivere un commento critico, una recensione,una analisi musicale
2) Competenza:
L'analisi o il commento tecnico di brani, esecuzioni richiede necessariamente una competenza specifica che non può essere frutto di improvvisazione

3) Terminologia:
Un buona conoscenza delle nozioni di base di musica e teoria è un dato imprescindibile per chiunque voglia parlare ma soprattutto " scrivere " di  musica.
I professionisti di Scrivodite, specializzati nelle varie discipline musicali, realizzano Servizi per arte, musica e spettacolo   in genere e servizi di Scrittura per l'Arte in particolare di altissimo livello.
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martedì 4 marzo 2014

Maschera: una parola tra realtà e finzione

La maschera si indossa per ricoprire l'intero viso o solamente gli occhi.
Utilizzata fin dalla preistoria per rituali religiosi , ma la si ritrova anche nelle rappresentazioni teatrali o in feste popolari come il carnevale.
Incerto l'etimo della parola: una prima ipotesi lo vorrebbe di origine preindoeuropea, da masca («fuliggine, fantasma nero»).
Una seconda ipotesi, lo deriverebbe dal latino tardo e medievale màsca, strega.
Dal significato originale si giunge successivamente a quello di fantasma, larva, aspetto camuffato per incutere paura.
L'evoluzione linguistica portò probabilmente all'aggiunta di una ‘r' facendo assumere al termine la forma dapprima di mascra e successivamente di mascara.
Alcuni studiosi hanno suggerito una derivazione dell'etimo dalla locuzione araba maschara o mascharat, buffonata, burla, derivante dal verbo sachira, deridere, burlare, importata nel linguaggio medievale dalle crociate
Assai conosciute e popolari sono le maschere collegate al carnevale:

Arlecchino è una delle due maschere di Bergamo; rappresenta un personaggio scansafatiche, dal carattere leggero, ma dotato di grande astuzia.
Arlecchino


IL dottor Balanzone, maschera bolognese, è il simbolo della giustizia e il suo nome deriva proprio dalla “balanza”, ovvero la bilancia simbolo di giusta imparzialità. Personaggio brontolone, ma allo stesso tempo colto e saggio, parla tanto senza concludere niente.
 
 
 
Brighella, di Bergamo, personaggio sempre affaccendato, in affari più o meno leciti; lesto di pensiero, è sempre pronto a ingannare il prossimo e a raccontare bugie. 
pantalone
Colombina. Maschera veneziana dal carattere civettuolo, è vanitosa, astuta, maliziosa e abile nel districare le matasse più intricate. E' la fidanzata di Arlecchino.
 
Di Torino è Gianduia, il cui nome non può che derivare dal famoso cioccolatino “gianduiotto”. Amante del buon vino e della buona tavola, ha una personalità allegra e piacevole. 
 
Pantalone, altra maschera nativa di Venezia è avaro lussurioso, incontentabile, vizioso e incarna il vecchio mercante predatore di cortigiane e giovani innamorate. Il suo nome deriva da “Pianta Leone” ovvero coloro che, con la scusa di conquistare nuove terre per Venezia, piantavano la bandiera di San Marco su ogni terra che trovavano. 
 
 Pulcinella nativo di Napoli, è la maschera popolare per eccellenza.. E' fannullone, birbante, pazzerello, ama mangiare, bere e il dolce fare niente.